Valore legale WhatsApp: quando una chat è una prova valida
Un messaggio WhatsApp può avere valore legale ed essere utilizzato come prova in un procedimento civile o penale. Perché lo sia, però, non basta mostrare il telefono o produrre uno screenshot: contano la provenienza della conversazione, la sua integrità e la possibilità di verificarla.
In questa guida trovi cosa prevede la legge, quali requisiti rendono una chat utilizzabile in giudizio, che ruolo hanno le spunte blu e cosa hanno stabilito i tribunali italiani e la Corte di Cassazione. Se devi mettere al sicuro una conversazione, il servizio dedicato è la Certificazione Chat WhatsApp da Remoto.
Vai subito agli argomenti di questa pagina con un click:
- Come si rende una chat WhatsApp utilizzabile in giudizio
- Quale valore legale ha un messaggio WhatsApp?
- Certificazione da remoto o invio del dispositivo: le differenze
- Che ruolo hanno le emoji in una conversazione WhatsApp?
- Ulteriori approfondimenti sul valore legale di WhatsApp
- Le principali sentenze sul valore legale di WhatsApp
WhatsApp è una prova legale ammissibile in molteplici casi. Ad esempio per:
- denunciare un reato di stalking subito su WhatsApp
- denunciare un reato di molestia subito su WhatsApp
- conferire valore legale a un licenziamento avvenuto attraverso WhatsApp
- legittimare l’assenza dal lavoro per malattia mandando un messaggio su WhatsApp
- dimostrare attività di lavoro subordinato grazie a WhatsApp
- ottenere la condanna per un pagamento dovuto grazie a WhatsApp
- legittimare una sanzione disciplinare grazie a WhatsApp
- perseguire un reato di diffamazione in un gruppo WhatsApp
- denunciare la pubblicazione di foto di minori senza il consenso di entrambi i genitori in un gruppo WhatsApp
- denunciare la diffusione illecita di immagini o video per l’inoltro di foto esplicite a terzi su WhatsApp
- legittimare un obbligo contrattuale
Come si rende una chat WhatsApp utilizzabile in giudizio
Una conversazione WhatsApp può essere prodotta in giudizio in modi diversi, ma non tutti offrono la stessa solidità. Consegnare il telefono o depositare screenshot stampati espone a contestazioni: la controparte può disconoscerne la conformità ai fatti, come prevede l’art. 2712 c.c., e a quel punto servono elementi ulteriori per verificarla.
Per questo, quando una chat è importante, si ricorre a un’acquisizione forense: la conversazione viene acquisita con una procedura documentata, ne viene calcolata l’impronta digitale (hash) e i file vengono firmati e marcati temporalmente, così che chiunque possa verificarne l’integrità nel tempo.
📱 Le tre modalità di acquisizione
- da remoto tramite WhatsApp Web;
- da remoto tramite backup cloud;
- in laboratorio, con l’invio del dispositivo.
Le differenze tra le modalità sono spiegate più avanti in questa pagina. Tempi, procedura e dettagli tecnici sono descritti nella pagina del servizio di Certificazione Chat WhatsApp da Remoto.
QUALE VALORE LEGALE HA UN MESSAGGIO WHATSAPP?
I messaggi inviati tramite WhatsApp possono essere considerati prove documentali e, pertanto, utilizzabili in un procedimento legale.
Con la sentenza n. 39529/2022 la Corte di Cassazione ha confermato che i messaggi WhatsApp e gli SMS conservati nella memoria di un telefono hanno natura di documenti ai sensi dell’articolo 234 del Codice di Procedura Penale, e che possono essere acquisiti anche mediante riproduzione fotografica. L’orientamento è stato ribadito dalla sentenza n. 6024/2026 della Quinta Sezione Penale, secondo cui lo screenshot di una conversazione consegnato dalla persona offesa è un documento utilizzabile, salvo che emergano elementi che ne mettano in dubbio l’attendibilità.
Proprio quel “salvo” è il punto decisivo. Se la controparte contesta la conversazione, sostenendo che è incompleta, selezionata o alterata, uno screenshot da solo offre pochi elementi per verificarla. Un’acquisizione forense, svolta dal dispositivo originale in laboratorio oppure da remoto con strumenti dedicati, documenta invece provenienza, completezza e integrità dei messaggi, e permette a un consulente terzo di ripetere la verifica.
In sintesi, le conversazioni WhatsApp possono avere valore legale e costituire prova documentale in giudizio. Il loro peso, soprattutto in caso di contestazione, dipende da come sono state acquisite e conservate.
ACQUISIZIONE DA REMOTO O TRAMITE INVIO DEL DISPOSITIVO: QUALI SONO LE DIFFERENZE?
L’acquisizione forense di una chat WhatsApp può avvenire con tre modalità operative, che si differenziano per tempi, quantità di dati acquisibili e completezza dell’analisi:- Da remoto tramite WhatsApp Web: la più rapida ed economica, indicata per un numero limitato di messaggi (fino a circa 1.000);
- Da remoto tramite backup cloud: utile per acquisire tutte le chat del telefono in un’unica sessione, con tempi più lunghi;
- In laboratorio, con invio del dispositivo: l’analisi più completa, che può acquisire anche altri dati del telefono come SMS e geolocalizzazione.
CHE RUOLO HANNO LE EMOJI IN UNA CONVERSAZIONE WHATSAPP?
Lo sviluppo delle applicazioni di messaggistica istantanea e dei social network ha avuto un impatto significativo sulla diffusione delle emoji nella nostra vita quotidiana. In effetti, queste famose faccine possono persino influenzare i giudizi che facciamo. La sentenza n. 237 del 7 gennaio 2019 del Tribunale di Padova conferma questa affermazione, affrontando il tema della diffamazione attraverso una chat tra un datore di lavoro e un dipendente. Nel caso specifico, una dipendente era stata licenziata a causa di alcuni commenti negativi verso il suo datore di lavoro, espressi in una chat. Tuttavia, questi commenti erano accompagnati da diverse emoji, che hanno reso la conversazione più umoristica, riducendo così il loro potenziale diffamatorio. Le emoji sono state prese in considerazione dal giudice per comprendere meglio il tono e l’intenzione dell’autore e determinarne l’intento. Grazie al tono scherzoso delle emoji, la conversazione è stata valutata dal giudice in maniera completamente diversa.ULTERIORI APPROFONDIMENTI SUL VALORE LEGALE DI WHATSAPP
REQUISITI GIURIDICI PER AMMETTERE UN MESSAGGIO CHAT COME PROVA LEGALE
Scopri quali sono i requisiti giuridici per ammettere un messaggio WhatsApp come prova legale.
VALORE PROBATORIO DELL’ACQUISIZIONE FORENSE DI UNA CHAT WHATSAPP
Se vuoi conoscere nel dettaglio le specifiche tecniche, leggi la sezione sul valore probatorio della certificazione chat WhatsApp.
TABELLA DELLE PROVE DIGITALI
Per capire in modo semplice come si acquisisce una prova digitale, consulta la tabella delle prove digitali: valore legale, validità e tempi.
PER QUALE MOTIVO SCEGLIERE IL NOSTRO SERVIZIO DI AUTENTICAZIONE
Se vuoi capire cosa ci differenzia dagli altri servizi, leggi la pagina della Certificazione Chat WhatsApp da Remoto.
WHATSAPP È UNA PROVA LEGALE AMMISSIBILE IN MOLTEPLICI CASI
Nei casi che seguono i messaggi WhatsApp sono stati utilizzati come prova. Quando conta dimostrare che il destinatario ha ricevuto e letto una comunicazione, come per un licenziamento, una diffida o una comunicazione di malattia, la doppia spunta blu è un elemento importante, perché documenta data e ora di lettura. Non è però una condizione per ogni prova: un messaggio scritto dalla controparte, per esempio un’ammissione di debito, ha rilevanza anche indipendentemente dalle spunte. Ricorda inoltre che la conferma di lettura può essere disattivata nelle impostazioni di WhatsApp. Clicca sui link qui sotto per andare subito all’argomento:
- denunciare un reato di stalking subito su WhatsApp
- denunciare un reato di molestia subito su WhatsApp
- conferire valore legale a un licenziamento avvenuto attraverso WhatsApp
- legittimare l’assenza dal lavoro per malattia mandando un messaggio su WhatsApp
- dimostrare attività di lavoro subordinato grazie a WhatsApp
- ottenere la condanna per un pagamento dovuto grazie a WhatsApp
- legittimare una sanzione disciplinare grazie a WhatsApp
- perseguire un reato di diffamazione in un gruppo WhatsApp
- denunciare la pubblicazione di foto di minori senza il consenso di entrambi i genitori in un gruppo WhatsApp
- denunciare il reato di diffusione illecita di immagini o video per l’inoltro di foto esplicite a terzi su WhatsApp
- legittimare un obbligo contrattuale
DENUNCIARE UN REATO DI STALKING SUBITO SU WHATSAPP
Il reato di stalking (dall’inglese to stalk, letteralmente “fare la posta”) è entrato a far parte dell’ordinamento penale italiano mediante il D.L. n. 11/2009 (convertito dalla L. n. 38/2009), che ha introdotto all’art. 612-bis c.p. il reato di “atti persecutori”, il quale punisce chiunque “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.
Su WhatsApp un utente può bloccare il mittente in modo semplice e veloce, ma questo non esclude il reato. La Cassazione penale, sez. V, con la sentenza n. 61 del 02/01/2019, ha stabilito che anche pochi messaggi WhatsApp possono giustificare la condanna, se hanno toni minacciosi tali da portare la persona offesa a modificare le proprie abitudini. L’acquisizione forense della chat documenta in modo verificabile i messaggi ricevuti, il loro contenuto e le date di invio; gli effetti sulla vita della persona offesa andranno dimostrati con gli altri elementi del procedimento.
DENUNCIARE UN REATO DI MOLESTIA SUBITO SU WHATSAPP
Il reato di molestia o disturbo alle persone è previsto dall’art. 660 c.p. Con la sentenza n. 37974/2021 la Corte di Cassazione ha stabilito che l’invasività del mezzo impiegato per raggiungere il destinatario si rileva di per sé, indipendentemente dalla possibilità per quest’ultimo di interrompere l’azione perturbatrice già subita e avvertita come tale, ovvero di prevenirne la reiterazione escludendo il contatto o l’utenza fastidiosa dal proprio cellulare.
L'”anteprima” del messaggio sulla schermata di WhatsApp dà luogo a un’immediata interazione tra il soggetto agente e il destinatario della comunicazione. Secondo questo orientamento, può quindi bastare anche un solo messaggio che alteri in modo fastidioso lo stato psicofisico o le abitudini della persona che lo riceve, a prescindere dalla possibilità di bloccare il mittente.
CONFERIRE VALORE LEGALE A UN LICENZIAMENTO AVVENUTO ATTRAVERSO WHATSAPP
Il Tribunale di Catania (Sez. Lavoro, Ordinanza 27.06.2017) ha ritenuto che il licenziamento comunicato al lavoratore tramite WhatsApp assolva l’onere della forma scritta, trattandosi di un documento informatico che, grazie al sistema delle doppie spunte (grigie quando il messaggio viene consegnato, blu quando viene letto), dà un riscontro completo della data e dell’ora di ricezione e lettura.
LEGITTIMARE L’ASSENZA DAL LAVORO PER MALATTIA MANDANDO UN MESSAGGIO SU WHATSAPP
Il lavoratore può informare il datore di lavoro dell’assenza per malattia con un messaggio WhatsApp, trattandosi di una modalità il cui invio risulta più efficiente di una raccomandata A/R, perché la “doppia spunta” grigia e blu fornisce informazioni immediate su data e ora di consegna e lettura (Tribunale di Roma, sentenza n. 8802/2017).
DIMOSTRARE ATTIVITÀ DI LAVORO SUBORDINATO GRAZIE A WHATSAPP
I messaggi inviati tramite WhatsApp, contenenti anche fotografie, possono contribuire a dimostrare l’attività di lavoro subordinato, trattandosi di prove documentali che, insieme alle testimonianze, provano l’attività svolta come dipendente (Tribunale di Torino, sentenza n. 55/2018).
OTTENERE UNA CONDANNA PER UN PAGAMENTO DOVUTO GRAZIE A WHATSAPP
I messaggi WhatsApp legittimamente prodotti in giudizio sono stati utilizzati per ottenere la condanna di una donna al pagamento delle somme di denaro di cui, nei messaggi, riconosceva di essere debitrice (Tribunale di Ravenna, sentenza n. 231/2017). In altre parole, un messaggio WhatsApp con cui si ammette di avere un debito verso il destinatario può essere valutato dal giudice come riconoscimento del debito, istituto previsto dall’art. 1988 c.c.
LEGITTIMARE UNA SANZIONE DISCIPLINARE GRAZIE A WHATSAPP
- È legittima la produzione in giudizio delle chat inviate da un medico del pronto soccorso ai colleghi. Se qualcuno fa la “spia” e recapita i contenuti al dirigente, questi possono essere utilizzati per legittimare la sanzione disciplinare (Tribunale di Vicenza, sentenza del 14 dicembre 2017, n. 778).
- Il datore di lavoro può vietare ai propri dipendenti di “chattare” via WhatsApp o altre chat, o di “postare” messaggi sui social network durante l’orario di lavoro: è legittimo pretendere che le energie del dipendente si rivolgano soprattutto alle attività lavorative (Tribunale di Lecce, ordinanza 11 aprile 2017, n. 18452).
PERSEGUIRE UN REATO DI DIFFAMAZIONE IN UN GRUPPO DI WHATSAPP
Il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) si configura quando l’offesa all’altrui reputazione viene comunicata ad almeno due persone, in assenza della persona offesa: per questo riguarda tipicamente un gruppo WhatsApp e non una chat privata. Per reputazione si intende l’onore e il decoro della persona agli occhi degli altri: possono lederla, per esempio, insulti alla professionalità, riferimenti offensivi a difetti fisici o l’attribuzione di fatti disonorevoli.
Un elemento determinante per distinguere ingiuria e diffamazione è la presenza o l’assenza della persona offesa al momento del messaggio. La Cassazione, Sez. V Penale, con la sentenza n. 28675/2022, ha chiarito che nelle chat di gruppo WhatsApp i destinatari possono leggere il messaggio in tempo reale, se stanno consultando proprio quella chat, oppure a distanza di tempo. La percezione dell’offesa da parte della vittima può quindi essere contestuale o differita. Nel primo caso si configura un’ingiuria, che dal 2016 non è più reato ma un illecito civile, sanzionabile con il risarcimento del danno e una sanzione pecuniaria; nel secondo caso si configura la diffamazione, perché la vittima va considerata assente. Spetta al giudice di merito verificare, caso per caso, se la persona offesa fosse presente o assente al momento della ricezione del messaggio.
DENUNCIARE LA PUBBLICAZIONE DI FOTO DI MINORI SENZA IL CONSENSO DI ENTRAMBI I GENITORI IN UN GRUPPO DI WHATSAPP
Il Tribunale di Mantova (sentenza del 19 settembre 2017) ha affermato la necessità del consenso di entrambi i genitori, o più precisamente l’assenza di opposizione da parte di uno di essi, per la pubblicazione delle immagini dei figli minori su WhatsApp.
DENUNCIARE IL REATO DI DIFFUSIONE ILLECITA DI IMMAGINI O VIDEO PER L’INOLTRO DI FOTO ESPLICITE A TERZI SU WHATSAPP
È sempre più comune la pratica del sexting, che consiste nell’inviare selfie erotici tramite WhatsApp. L’art. 612-ter c.p., introdotto dalla legge sul Codice Rosso, punisce “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate”. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto le immagini, le diffonde senza consenso al fine di recare nocumento alla persona rappresentata: è il caso di chi inoltra a terzi una foto ricevuta in chat.
Il reato è punito con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata sentimentalmente alla persona offesa, oppure se la diffusione avviene attraverso strumenti informatici o telematici. Di regola il reato è punibile a querela, da presentare entro 6 mesi; si procede però d’ufficio in alcuni casi, ad esempio se la vittima si trova in condizioni di inferiorità fisica o psichica o è una donna in stato di gravidanza.
Poiché le immagini possono essere cancellate rapidamente da chi le ha diffuse, è importante acquisire subito in modalità forense la chat e i messaggi che documentano l’invio, così da presentare la querela con evidenze verificabili.
LEGITTIMARE UN OBBLIGO CONTRATTUALE
I messaggi WhatsApp possono essere utilizzati anche come prova di un obbligo contrattuale, della violazione di clausole concordate, di una collaborazione o di un accordo commerciale. Il loro peso dipende dal contenuto dei messaggi e dalla possibilità di attribuirli con certezza alle parti, soprattutto se la controparte ne contesta la provenienza o la completezza. Le principali pronunce sul valore probatorio delle chat sono elencate nel paragrafo successivo.
LE PRINCIPALI SENTENZE SUL VALORE LEGALE DI WHATSAPP
Le pronunce citate in questa pagina, in ordine cronologico dalla più recente:- Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 6024/2026: lo screenshot di una conversazione WhatsApp consegnato dalla persona offesa è un documento ai sensi dell’art. 234 c.p.p., utilizzabile senza sequestro del telefono, salvo elementi che ne mettano in dubbio l’attendibilità.
- Cassazione, sentenza n. 39529/2022: i messaggi WhatsApp e gli SMS conservati nel telefono hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p. e possono essere acquisiti anche mediante riproduzione fotografica.
- Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 28675/2022: nelle chat di gruppo la distinzione tra ingiuria e diffamazione dipende dalla percezione contestuale o differita dell’offesa da parte della vittima.
- Cassazione, sentenza n. 37974/2021: anche un solo messaggio WhatsApp può integrare il reato di molestia, indipendentemente dalla possibilità di bloccare il mittente.
- Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 61/2019: anche pochi messaggi WhatsApp dal tono minaccioso possono integrare il reato di atti persecutori.
- Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 49016/2017: l’utilizzabilità delle conversazioni WhatsApp come prova è condizionata all’acquisizione del supporto che le contiene, per verificarne provenienza e attendibilità.
- Tribunale di Mantova, 19 settembre 2017: per pubblicare su WhatsApp immagini di figli minori serve il consenso di entrambi i genitori.
- Tribunale di Catania, Sez. Lavoro, ordinanza 27 giugno 2017: il licenziamento comunicato via WhatsApp soddisfa il requisito della forma scritta.
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