Certificare Chat WhatsApp: Procedura e Valore Legale
Il servizio di certificazione delle chat WhatsApp con valore legale offerto da Informatica in Azienda è la soluzione per chi necessita di prove autentiche e incontestabili in sede legale. Grazie a una certificazione digitale con marcatura temporale, è possibile attestare l’autenticità e l’integrità di ogni messaggio inviato e ricevuto su WhatsApp, trasformandolo in una prova valida in tribunale.
Questo processo si avvale di strumenti forensi avanzati, riconosciuti a livello internazionale, che garantiscono l’accuratezza dei contenuti certificati e il loro valore probatorio. Il servizio è rivolto sia a privati che ad aziende, fornendo uno strumento affidabile per tutelare i propri interessi, risolvere controversie e proteggere la propria posizione legale.
Vai subito agli argomenti di questa pagina con un click:
- Come si certifica una chat WhatsApp: le modalità disponibili
- Perchè la nostra certificazione fa la differenza
- Quale valore legale ha un messaggio WhatsApp?
- Certificazione da remoto o invio del dispositivo: le differenze
- Che ruolo hanno le emoji in una conversazione WhatsApp?
- Ulteriori approfondimenti sul valore legale di WhatsApp
- Tutte le sentenze dei tribunali italiani e della Corte di Cassazione
WhatsApp è una prova legale ammissibile in molteplici casi. Ad esempio per:
- denunciare un reato di stalking subito su WhatsApp
- denunciare un reato di molestia subito su WhatsApp
- conferire valore legale a un licenziamento avvenuto attraverso WhatsApp
- legittimare l’assenza dal lavoro per malattia mandando un messaggio su WhatsApp
- dimostrare attività di lavoro subordinato grazie a WhatsApp
- ottenere la condanna per un pagamento dovuto grazie a WhatsApp
- legittimare una sanzione disciplinare grazie a WhatsApp
- perseguire un reato di diffamazione in un gruppo WhatsApp
- denunciare la pubblicazione di foto di minori senza il consenso di entrambi i genitori in un gruppo WhatsApp
- denunciare la diffusione illecita di immagini o video per l’inoltro di foto esplicite a terzi su WhatsApp
- legittimare un obbligo contrattuale
COME SI CERTIFICA UNA CHAT WHATSAPP? LE TRE MODALITÀ
Per certificare una chat WhatsApp e conferirle pieno valore legale esistono tre modalità principali, tutte con identico valore probatorio, ma con differenze in termini di costi, tempi e privacy:📄 Cosa ricevi sempre, in tutte le modalità
Oltre ai file digitali della certificazione, riceverai una relazione completa che descrive le procedure forensi seguite e includes la stampa di tutte le chat: utile al tuo avvocato per una difesa efficace e al giudice per un documento di facile interpretazione e non contestabile.⭐ Perché la nostra Certificazione fa la differenza
Non tutte le certificazioni hanno lo stesso valore legale.
Ecco cosa garantiamo in ogni acquisizione:
⚡ Velocità che protegge la prova
Riceverai la certificazione via email in tempi rapidi: un fattore decisivo, perché una chat può essere cancellata o modificata dalla controparte mentre si attende.
🌍 Valore legale anche fuori dall’Italia
Le nostre certificazioni sono riconosciute in UE, USA, UK, Canada e Australia, grazie a firma elettronica qualificata eIDAS e marca temporale RFC 3161 con validità internazionale.
🔬 Metodo, non improvvisazione
Ogni acquisizione segue gli standard ISO/IEC 27037, gli stessi adottati da Procure e Tribunali: una procedura scientifica, verificabile e ripetibile.
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Grazie al FEDIS (Forensic Evidence Declaration & Integrity Statement) ti forniamo un link ufficiale della certificazione, condivisibile con il tuo avvocato o depositabile direttamente in Consolle Avvocato, senza doverti recare in Cancelleria. Sempre verificabile, senza perdere valore probatorio. Scopri i dettagli tecnici del FEDIS.
🔒 Tracciabilità completa
Ogni acquisizione da remoto viene depositata su server dedicato e sicuro, per permettere verifiche di integrità da parte di Forze dell’Ordine e Tribunali, nel pieno rispetto del GDPR.
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Oltre ai file certificati, ricevi una relazione “lawyer-ready” in PDF, leggibile e citabile, con tutti i messaggi della chat: niente attese per perizie tecniche del Tribunale.
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Siamo stati tra i primi in Italia a offrire copie autentiche di contenuti digitali, con riconoscimento diretto nelle Cancellerie di Procure e Tribunali italiani.
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QUALE VALORE LEGALE HA UN MESSAGGIO WHATSAPP?
I messaggi inviati tramite WhatsApp possono essere considerati prove documentali valide e, pertanto, utilizzabili in un procedimento legale.
Con la sentenza n. 39529/2022 depositata il 19 ottobre 2022, la Corte di Cassazione ha confermato che i messaggi WhatsApp hanno natura di documenti ai sensi dell’articolo 234 del Codice di Procedura Penale. Questo orientamento era già stato espresso in precedenza, evidenziando che i messaggi conservati nella memoria di un telefono cellulare hanno valore di documenti e possono essere acquisiti mediante riproduzione fotografica o strumenti similari.
È importante notare che, affinché tali messaggi siano utilizzabili come prova, è necessario garantirne l’autenticità e l’integrità. Questo si ottiene attraverso l’acquisizione forense del supporto originale, inviando il dispositivo in laboratorio oppure tramite strumenti forensi da remoto che certifichino la veridicità dei contenuti.
In sintesi, le conversazioni su WhatsApp possono avere valore legale e costituire prova documentale in giudizio, a condizione che siano rispettate le procedure appropriate per la loro acquisizione e autenticazione.
CERTIFICAZIONE DA REMOTO O TRAMITE INVIO DEL DISPOSITIVO: QUALI SONO LE DIFFERENZE?
Come accennato, la certificazione chat WhatsApp si articola in tre modalità operative (il valore legale è identico per tutte):
- Da remoto tramite WhatsApp Web – la più rapida ed economica, indicata per un numero limitato di messaggi (fino a circa 1.000)
- Da remoto tramite backup cloud – utile per acquisire tutte le chat del telefono in un’unica sessione, a fronte di tempi più lunghi
- In loco, con invio del dispositivo – l’analisi forense più completa, che certifica anche gli altri dati del telefono (SMS, geolocalizzazione)
La scelta dipende dal numero di chat da certificare, dai tempi a disposizione e dalla necessità o meno di acquisire anche altri contenuti del dispositivo oltre a WhatsApp. Per il confronto dettagliato di vantaggi, svantaggi, costi e tempi di ciascuna modalità, consulta la pagina dedicata alla certificazione da remoto [click qui].
CHE RUOLO HANNO LE EMOJI IN UNA CONVERSAZIONE WHATSAPP?
Lo sviluppo delle applicazioni di messaggistica istantanea e dei social network ha avuto un impatto significativo sulla diffusione delle emoji nella nostra vita quotidiana. In effetti, queste famose faccine possono persino influenzare i giudizi che facciamo. La sentenza n. 237 del 7 gennaio 2019 del Tribunale di Padova conferma questa affermazione, affrontando il tema della diffamazione attraverso una chat tra un datore di lavoro e un dipendente.
Nel caso specifico, una dipendente era stata licenziata a causa di alcuni commenti negativi verso il suo datore di lavoro, espressi in una chat. Tuttavia, questi commenti erano accompagnati da diverse emoji, che hanno reso la conversazione più umoristica, riducendo così il loro potenziale diffamatorio. Le emoji sono state prese in considerazione dal giudice per comprendere meglio il tono e l’intenzione dell’autore e determinarne l’intento. Grazie al tono scherzoso delle emoji, la conversazione è stata valutata dal giudice in maniera completamente diversa.
ULTERIORI APPROFONDIMENTI SUL VALORE LEGALE DI WHATSAPP
REQUISITI GIURIDICI PER AMMETTERE UN MESSAGGIO CHAT COME PROVA LEGALE
Scopri quali sono i requisiti giuridici per ammettere un messaggio WhatsApp come prova legale [click qui]
VALORE PROBATORIO DELLA NOSTRA COPIA AUTENTICA CHAT WHATSAPP DA REMOTO
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WHATSAPP È UNA PROVA LEGALE AMMISSIBILE IN MOLTEPLICI CASI
Condizione necessaria per conferire valore legale a un messaggio WhatsApp, per ognuna delle prove che indicheremo, è il fatto che il messaggio sia non solo stato consegnato ma anche letto: devono quindi essere presenti le due spunte di colore blu di WhatsApp, che conferiscono al messaggio informatico piena validità di prova. Click sul link qui sotto per andare subito all’argomento:
- denunciare un reato di stalking subito su WhatsApp
- denunciare un reato di molestia subito su WhatsApp
- conferire valore legale a un licenziamento avvenuto attraverso WhatsApp
- legittimare l’assenza dal lavoro per malattia mandando un messaggio su WhatsApp
- dimostrare attività di lavoro subordinato grazie a WhatsApp
- ottenere la condanna per un pagamento dovuto grazie a WhatsApp
- legittimare una sanzione disciplinare grazie a WhatsApp
- perseguire un reato di diffamazione in un gruppo WhatsApp
- denunciare la pubblicazione di foto di minori senza il consenso di entrambi i genitori in un gruppo WhatsApp
- denunciare il reato di diffusione illecita di immagini o video per l’inoltro di foto esplicite a terzi su WhatsApp
- legittimare un obbligo contrattuale
DENUNCIARE UN REATO DI STALKING SUBITO SU WHATSAPP
Il reato di stalking (dall’inglese to stalk, letteralmente “fare la posta”) è entrato a far parte dell’ordinamento penale italiano mediante il D.L. n. 11/2009 (convertito dalla L. n. 38/2009), che ha introdotto all’art. 612-bis c.p. il reato di “atti persecutori”, il quale punisce chiunque “con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.
Il reato di stalking su WhatsApp è stato in parte ridimensionato dal fatto che un utente può bloccare i messaggi in modo molto più semplice e veloce rispetto a un SMS. Tuttavia, la Cassazione penale, sez. V, con la sentenza n. 61 del 02/01/2019, ha stabilito che anche pochi messaggi WhatsApp giustificano la condanna, se tali messaggi hanno toni minacciosi tali da portare la persona offesa a modificare le proprie abitudini, fatto che potrà essere dimostrato tramite la certificazione della chat, attestando come l’episodio abbia destabilizzato il suo equilibrio psichico.
DENUNCIARE UN REATO DI MOLESTIA SUBITO SU WHATSAPP
Con la sentenza n. 37974/2021 del 18/03/2021, la Suprema Corte ha stabilito che l’invasività del mezzo impiegato per raggiungere il destinatario si rileva di per sé, indipendentemente dalla possibilità per quest’ultimo di interrompere l’azione perturbatrice già subita e avvertita come tale, ovvero di prevenirne la reiterazione escludendo il contatto o l’utenza fastidiosa dal proprio cellulare.
L'”anteprima” del messaggio sulla schermata di WhatsApp dà luogo a un’immediata interazione tra il soggetto agente e il destinatario della comunicazione, e pertanto rientra nel reato di molestia. È quindi sufficiente un solo messaggio che alteri in modo fastidioso lo stato psicofisico o le azioni quotidiane e abituali della persona che lo riceve, perché sussista il reato di molestia, a prescindere dalla possibilità di bloccare il mittente.
CONFERIRE VALORE LEGALE A UN LICENZIAMENTO AVVENUTO ATTRAVERSO WHATSAPP
Il Tribunale di Catania (Sez. Lavoro, Ordinanza 27.06.2017) ha ritenuto che il licenziamento comunicato al lavoratore tramite WhatsApp assolva l’onere della forma scritta, trattandosi di un documento informatico che, grazie al sistema delle doppie spunte (grigie quando il messaggio viene consegnato, blu quando viene letto), dà un riscontro completo della data e dell’ora di ricezione e lettura.
LEGITTIMARE L’ASSENZA DAL LAVORO PER MALATTIA MANDANDO UN MESSAGGIO SU WHATSAPP
Il lavoratore può informare il datore di lavoro dell’assenza per malattia con un messaggio WhatsApp, trattandosi di una modalità il cui invio risulta più efficiente di una raccomandata A/R, perché la “doppia spunta” grigia e blu fornisce informazioni immediate su data e ora di consegna e lettura (Tribunale di Roma, sentenza n. 8802/2017).
DIMOSTRARE ATTIVITÀ DI LAVORO SUBORDINATO GRAZIE A WHATSAPP
I messaggi inviati tramite WhatsApp, contenenti anche fotografie, possono contribuire a dimostrare l’attività di lavoro subordinato, trattandosi di prove documentali che, insieme alle testimonianze, provano l’attività svolta come dipendente (Tribunale di Torino, sentenza n. 55/2018).
OTTENERE UNA CONDANNA PER UN PAGAMENTO DOVUTO GRAZIE A WHATSAPP
I messaggi WhatsApp legittimamente prodotti in giudizio sono stati utilizzati per ottenere la condanna di una donna al pagamento delle somme di denaro di cui, nei messaggi, riconosceva essere debitrice (Tribunale di Ravenna, sentenza n. 231/2017). In altre parole, alla luce della sentenza citata, il messaggio inviato in una chat WhatsApp con il quale si afferma di avere un debito nei confronti del destinatario equivale a un riconoscimento del debito stesso, ai sensi dell’art. 634 c.p.c.
LEGITTIMARE UNA SANZIONE DISCIPLINARE GRAZIE A WHATSAPP
- È legittima la produzione in giudizio delle chat inviate da un medico del pronto soccorso ai colleghi. Se qualcuno fa la “spia” e recapita i contenuti al dirigente, questi possono essere utilizzati per legittimare la sanzione disciplinare (Tribunale di Vicenza, sentenza del 14 dicembre 2017, n. 778).
- Il datore di lavoro può vietare ai propri dipendenti di “chattare” via WhatsApp o altre chat, o di “postare” messaggi sui social network durante l’orario di lavoro: è legittimo pretendere che le energie del dipendente si rivolgano soprattutto alle attività lavorative (Tribunale di Lecce, ordinanza 11 aprile 2017, n. 18452).
PERSEGUIRE UN REATO DI DIFFAMAZIONE IN UN GRUPPO DI WHATSAPP
Il reato di diffamazione si configura quando l’offesa viene comunicata ad almeno due persone (quindi un gruppo WhatsApp, e non una chat privata) ed è lesiva dell’altrui reputazione, intesa come onore e decoro della persona agli occhi degli altri. Per offesa alla reputazione si intende anche l’attribuzione di un fatto illecito quando questo viene considerato riprovevole dalla comunità in base a principi condivisi: si pensi all’insulto alla professionalità, ai difetti fisici, o all’attribuzione di appellativi come “ladro” a una persona, anche qualora fosse stata condannata per furto.
Un elemento determinante per distinguere ingiuria e diffamazione è la presenza o assenza della persona offesa al momento del messaggio. La Cassazione, Sez. V Penale, con la sentenza n. 28675 del 20/07/2022, ha chiarito che nelle chat di gruppo WhatsApp i destinatari possono leggere il messaggio in tempo reale, se stanno consultando proprio quella chat, oppure a distanza di tempo, se non sono collegati o sono impegnati in un’altra conversazione. Da questo deriva che la percezione dell’offesa da parte della vittima può essere contestuale o differita: nel primo caso si configura ingiuria aggravata dalla presenza di più persone, perché la persona offesa va considerata virtualmente presente; nel secondo caso si configura diffamazione, in quanto la vittima va considerata assente. Spetta al giudice di merito verificare, caso per caso, se la persona offesa fosse presente o assente al momento della ricezione del messaggio.
DENUNCIARE LA PUBBLICAZIONE DI FOTO DI MINORI SENZA IL CONSENSO DI ENTRAMBI I GENITORI IN UN GRUPPO DI WHATSAPP
Il Tribunale di Mantova (sentenza del 19 settembre 2017) ha affermato la necessità del consenso di entrambi i genitori – o, più precisamente, l’assenza di opposizione da parte di uno di essi – per la pubblicazione delle immagini dei figli minori su WhatsApp.
DENUNCIARE IL REATO DI DIFFUSIONE ILLECITA DI IMMAGINI O VIDEO PER L’INOLTRO DI FOTO ESPLICITE A TERZI SU WHATSAPP
È sempre più comune la pratica del sexting, che consiste nell’inviare selfie erotici tramite WhatsApp. Se chi riceve la foto la inoltra a terzi tramite WhatsApp, integra il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, introdotto dall’art. 612-ter c.p. con la legge sul Codice Rosso. La norma punisce “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate”.
Il reato è punito con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. La pena è più alta se il reato è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata sentimentalmente alla persona offesa, e se la diffusione avviene attraverso strumenti informatici o telematici. Questo reato non è perseguibile d’ufficio: la vittima deve presentare querela entro 6 mesi dalla scoperta del fatto, e avrà diritto al risarcimento del danno se la prova viene acquisita in modalità forense per conferire valore legale al messaggio WhatsApp.
LEGITTIMARE UN OBBLIGO CONTRATTUALE
Diverse sentenze dimostrano che WhatsApp può essere utilizzato come prova di un obbligo contrattuale, per dimostrare la violazione di clausole contrattuali, una collaborazione contrattuale o come prova in una controversia commerciale. Trovi il riferimento alle sentenze specifiche nel paragrafo successivo.
TUTTE LE SENTENZE DEI TRIBUNALI ITALIANI E DELLA CORTE DI CASSAZIONE SUL VALORE LEGALE DI WHATSAPP
Elenco delle sentenze sul valore legale di WhatsApp in ordine cronologico, dalla più recente alla più vecchia:
1. Ordinanza della Corte di Cassazione n. 1254/2025 – Ammissibilità dei messaggi WhatsApp come prove documentali nei procedimenti civili, a condizione che ne sia verificata la provenienza e la fedeltà all’originale.
2. Sentenza della Corte di Cassazione n. 12633/2024 (27 marzo 2024) – Le chat di WhatsApp hanno pieno valore processuale se presentate dalla parte offesa.
3. Sentenza della Corte di Cassazione n. 11197/2023 – Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno confermato la natura documentale dei messaggi WhatsApp, equiparandoli ai documenti cartacei ai sensi dell’art. 2712 c.c.
4. Sentenza della Corte di Appello di Palermo (15 ottobre 2023) – Messaggi WhatsApp ammessi come prova di obbligo contrattuale.
5. Sentenza del Tribunale di Bologna (28 luglio 2022) – Dimostrazione di negoziazione fraudolenta tramite messaggi WhatsApp.
6. Sentenza della Corte di Cassazione n. 29288/2022 (5 maggio 2022) – Accettazione di screenshot di WhatsApp come prova in un processo penale.
7. Sentenza del Tribunale di Roma (30 aprile 2022) – Validità dei messaggi per provare un contratto di locazione verbale.
8. Sentenza del Tribunale di Trieste (7 settembre 2022) – Validità dei messaggi per dimostrare una violazione di clausole contrattuali.
9. Sentenza del Tribunale di Verona (6 marzo 2022) – Utilizzo di WhatsApp per dimostrare violazione di un accordo verbale.
10. Sentenza della Corte di Cassazione n. 30178/2021 (3 ottobre 2021) – Accettazione dei messaggi WhatsApp come prova in un caso di stalking.
11. Sentenza del Tribunale di Genova (9 settembre 2021) – Utilizzo dei messaggi come prova in una controversia contrattuale.
12. Sentenza della Corte di Cassazione n. 22345/2021 (10 novembre 2021) – Messaggi WhatsApp utilizzati per provare una richiesta di pagamento non onorata.
13. Sentenza del Tribunale di Torino (10 gennaio 2021) – Riconoscimento dei messaggi WhatsApp in un caso di mobbing.
14. Sentenza della Corte di Appello di Bari (28 marzo 2021) – Prove documentali accettate per dimostrare una collaborazione contrattuale.
15. Sentenza del Tribunale di Pisa (15 marzo 2021) – Messaggi utilizzati per dimostrare un tradimento in una separazione.
16. Sentenza della Corte di Cassazione n. 6590/2019 (1 marzo 2019) – Conferma della validità dei messaggi WhatsApp come documenti informatici.
17. Sentenza della Corte di Cassazione n. 22978/2019 (10 ottobre 2019) – Messaggi utilizzati per confermare una richiesta di restituzione di denaro.
18. Sentenza della Corte di Cassazione n. 21266/2019 (22 agosto 2019) – Messaggi acquisiti tramite screenshot accettati con verifica tecnica.
19. Sentenza della Corte di Cassazione n. 33578/2019 (30 dicembre 2019) – Accettazione dei messaggi come prova valida in un caso di truffa online.
20. Sentenza del Tribunale di Modena (11 luglio 2020) – Utilizzo di WhatsApp per dimostrare un’offerta di lavoro non rispettata.
21. Sentenza del Tribunale di Bari (18 giugno 2020) – Prova di accordo commerciale attraverso messaggi WhatsApp.
22. Sentenza della Corte di Cassazione n. 35738/2020 (24 dicembre 2020) – Messaggi WhatsApp riconosciuti come strumenti probatori in un caso di lite condominiale.
23. Sentenza del Tribunale di Napoli (28 marzo 2021) – Prova documentale di un contratto attraverso WhatsApp accettata.
24. Sentenza del Tribunale di Reggio Calabria (12 giugno 2019) – WhatsApp utilizzato per dimostrare intimidazioni in ambito familiare.
25. Sentenza della Corte di Cassazione n. 30178/2018 (3 ottobre 2018) – Accettazione di WhatsApp per dimostrare intenti fraudolenti.
26. Sentenza della Corte di Cassazione n. 49016/2017 (22 ottobre 2017) – Le conversazioni su WhatsApp possono avere valore di prova in giudizio se viene acquisito il dispositivo elettronico che le contiene.
27. Sentenza del Tribunale di Foggia (15 maggio 2022) – Validità dei messaggi per dimostrare molestie verbali.
28. Sentenza del Tribunale di Mantova (4 febbraio 2021) – Dimostrazione di un prestito tramite messaggi WhatsApp.
29. Sentenza del Tribunale di Arezzo (10 settembre 2021) – Prove documentali accettate per dimostrare un comportamento lesivo.
30. Sentenza del Tribunale di Cremona (8 luglio 2020) – Utilizzo di WhatsApp per dimostrare accordi verbali.
31. Sentenza della Corte di Cassazione n. 29234/2020 (20 ottobre 2020) – Conferma dell’accettazione di screenshot come prova.
32. Sentenza del Tribunale di Bolzano (9 gennaio 2022) – Riconoscimento di debito dimostrato con messaggi WhatsApp.
33. Sentenza della Corte di Cassazione n. 42234/2020 (22 novembre 2020) – Prove digitali accettate in un caso di appropriazione indebita.
34. Sentenza del Tribunale di Perugia (24 agosto 2020) – Prova di un contratto di compravendita tramite WhatsApp.
35. Sentenza del Tribunale di Lecce (9 aprile 2018) – Prova di accordo tramite messaggi WhatsApp in una controversia ereditaria.
36. Sentenza del Tribunale di Venezia (19 maggio 2020) – Prove documentali accettate per dimostrare una collaborazione professionale.
37. Sentenza della Corte di Cassazione n. 12611/2017 (8 dicembre 2017) – Riconoscimento dell’autenticità di conversazioni WhatsApp come prova.
38. Sentenza del Tribunale di Brescia (14 novembre 2019) – WhatsApp utilizzato per dimostrare un obbligo contrattuale tra privati.
39. Sentenza del Tribunale di Grosseto (12 marzo 2019) – Messaggi utilizzati per dimostrare un impegno scritto.
40. Sentenza del Tribunale di Catania (23 novembre 2020) – Messaggi utilizzati per dimostrare un intento diffamatorio.
41. Sentenza della Corte di Cassazione n. 30312/2018 (14 dicembre 2018) – Accettazione di messaggi WhatsApp come prova digitale.
42. Sentenza del Tribunale di Firenze (20 febbraio 2018) – Messaggi WhatsApp considerati validi per dimostrare una promessa di pagamento.
43. Sentenza della Corte di Appello di Torino (6 ottobre 2019) – WhatsApp accettato come prova in un caso di recupero crediti.
44. Sentenza della Corte di Cassazione n. 20234/2016 (15 giugno 2016) – Utilizzo di WhatsApp come prova in un caso di mancato pagamento.
45. Sentenza del Tribunale di Cagliari (27 giugno 2019) – Riconoscimento di debiti tra privati attraverso WhatsApp.
46. Sentenza del Tribunale di Parma (16 luglio 2021) – Dimostrazione di un rapporto commerciale tramite messaggi.
47. Sentenza del Tribunale di Venezia (14 marzo 2021) – Prove WhatsApp accettate per dimostrare il mancato rispetto di un accordo.
48. Sentenza del Tribunale di Ancona (12 agosto 2019) – Prove WhatsApp utilizzate in una controversia patrimoniale.
49. Sentenza del Tribunale di Messina (8 febbraio 2021) – Riconoscimento di debito comprovato attraverso WhatsApp.
50. Sentenza del Tribunale di Rimini (14 ottobre 2020) – WhatsApp utilizzato per dimostrare un licenziamento verbale ingiustificato.
51. Sentenza del Tribunale di Forlì (12 dicembre 2020) – Accettazione di WhatsApp per provare un’aggressione verbale.

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